Competence center: scommessa vinta, ora serve più massa critica

(Da Industrie Quattropuntozero)

Il modello funziona, ma ora ha bisogno di più risorse per un avere un impatto più pervasivo sulla trasformazione digitale del Paese. Presente a Mecspe 2021 in un’area dimostrativa dedicata, la rete dei Competence Center per il manifatturiero chiede di estendere il modello anche ad Agricoltura, Moda e Turismo.

 

Sono otto, fanno rete tra loro e hanno presentato insieme, in un’area dedicata a Mecspe 2021 (23-25 novembre), alcuni dei risultati dei progetti co-finanziati dal Mise con i bandi dal 2019 a oggi: sistemi digitali con Machine Learning e Intelligenza artificiale per migliorare ed efficientare la produzione, droni per monitorare infrastrutture critiche, robot, veicoli autonomi e manufatti in stampa additiva.

In occasione della tavola rotonda “I Competence Center per l’Industria 4.0 aiutano le aziende a crescere. Strumenti di supporto alla trasformazione digitale per aumentare la competitività” i responsabili dei Competence center presenti, sei su otto (Artes 4.0, Bi-Rex, Cim 4.0, Made, Smact e Start 4.0), hanno raccontato le attività svolte a supporto della domanda e per estendere l’offerta di tecnologie e competenze digitali e hanno presentato la loro strategia per i prossimi anni, contando sulle risorse che dovrebbero arrivare dal PNRR.

Ancora non si sa l’ammontare preciso che verrà destinato per i prossimi sei anni ai Competence Center (2021-2026), anche se il Ministero dello Sviluppo economico ha dichiarato che verranno destinati 350 milioni di euro per i Digital Innovation Hub (DIH) e i Competence Center.

Intanto, il bilancio del primo triennio è positivo come funzionamento del meccanismo e per i risultati raggiunti, ma limitato nei volumi rispetto ai bisogni di digitalizzazione del Paese: 14 bandi hanno cofinanziato oltre 140 progetti di innovazione industriale provenienti da tutta Italia, per lo più in forma consortile con più imprese coinvolte in ogni progetto e almeno un centro di ricerca aggregato.

«Siamo efficienti, abbiamo usato bene e nei tempi le risorse che abbiamo avuto a disposizione, più che raddoppiate dal contributo dei nostri partner industriali, ma i numeri sono ancora limitati. Noi come Made abbiamo visitato e seguito circa 400 aziende nell’ultimo anno, ma sono una goccia nel mare rispetto ai ritardi dell’Italia. Non possiamo permetterci come sistema Paese di rinunciare a quell’ampia fetta di imprese che, se non si adegueranno alla digitalizzazione, saranno estromesse dal mercato, fosse anche solo un 10-15%, che impatterebbe comunque sull’intero sistema», commenta Marco Taisch, presidente Made, il Competence Center con sede a Milano.

Dall’ultima rilevazione dell’Osservatorio Mecspe di Senaf condotta da Grs Ricerca e Strategia nel secondo quadrimestre 2021, risulta che il 60% delle imprese del manifatturiero avrebbe adeguato le proprie tecnologie in chiave digitale, puntando soprattutto su sicurezza informatica, 5G, IoT e robotica collaborativa. Tra l’altro solo il 4% afferma di aver collaborato con i Competence Center e uno su cinque (21%) non li conosce ancora.

«A me preoccupa quel 40% che non ha ancora compreso il cambiamento in atto e non ha ancora avviato la trasformazione digitale dei propri processi produttivi. Come Cim 4.0 a Torino abbiamo allargato l’offerta con le due linee pilota sulla stampa additiva e sulla fabbrica digitale e sostenuto la domanda con i bandi erogati dal Mise, ma siamo riusciti a soddisfare solo il 20% dei progetti di innovazione quasi pronti per il mercato, a fronte dell’impiego quasi totale delle risorse. Le buone pratiche ci sono anche in Italia, ma manca la massa critica», sottolinea Enrico Pisino, amministratore delegato Cim 4.0, il Competence Center con sede a Torino.

Si presenta dunque un doppio problema al sistema dei Competence Center, da un lato la mancanza di scalabilità di progetti e pratiche che funzionano per mancanza di risorse adeguate, dall’altro una scarsa sensibilità da parte di molte pmi all’urgenza di interventi di digitalizzazione anche nell’industria.

 

La funzione dei Competence Center

I Competence Center sono stati progettati nel 2016, prendendo il meglio dei modelli tedeschi e inglesi già operativi da anni, come i Fraunhofer e i Katterpult, nell’ambito del Piano Calenda per l’Industria 4.0 per facilitare la transizione digitale del Paese. Sono partenariati pubblico-privati che aggregano le realtà più innovative sia nell’impresa sia nella ricerca industriale per aiutare a diffondere le nuove tecnologie nel tessuto produttivo delle piccole e medie aziende.

Lungo quali direttrici? In primo luogo con linee dimostrative dove toccare con mano le funzionalità e i vantaggi della combinazione delle tecnologie abilitanti l’Industria 4.0 e dove poterle testare prima di investire direttamente. Quindi con orientamento alle aziende, alfabetizzazione e formazione digitale ai dipendenti, nonché con lo sviluppo di progetti di ricerca industriale cofinanziati dal Mise e così favorire il trasferimento tecnologico al territorio.

«La nostra forza è quella di fare da collante tra innovazione e pmi, le quali da noi trovano aggregate competenze di qualità che loro non hanno al loro interno e che richiedono un approccio sistemico che siamo in grado di offrire loro. Le accompagniamo in questa trasformazione digitale e mostriamo loro esempi di applicazioni già sviluppate nelle “live demo”, le linee pilota che stiamo implementando nel Triveneto. Ma siamo solo alla fine del primo ciclo, ora parte il secondo triennio e abbiamo grandi sfide perché ci conosce ancora una piccolissima parte delle aziende», spiega Matteo Faggin, direttore generale Smact 4.0, il Competence Center che afferisce al Triveneto.

 

La strategia dei prossimi anni dei Competence Center

Potenziare le infrastrutture, scalare la formazione, sviluppare progetti di innovazione con TRL dal 5 in su con sempre più coinvolgimento pubblico-privato, anche attraverso l’utilizzo delle proprie linee pilota, come già dimostrato di saper fare e stimolare la contaminazione tra filiere diverse. Quindi, posizionarsi sempre più come “Hub and spoke”: modello di rete come richiesto dal PNRR.

«Il PNRR parla il nostro linguaggio. Come Competence Center rispondiamo a diverse voci della Missione 4 del Piano: dalla ricerca alla fabbrica, partenariati estesi pubblico-privati e infrastrutture tecnologiche. Siamo gli interlocutori ideali per soddisfare tutte queste voci», commenta Cristina Battaglia, responsabile esecutivo di Start 4.0, il Competence Center con sede a Genova.

Nel piano di sviluppo di ciascun centro di competenza è previsto il potenziamento delle infrastrutture per garantire più massa critica e un maggior respiro nazionale e internazionale, anche attraverso la partecipazione agli EDIH (European Digital Innovation Hub).

«Abbiamo presentato un piano di espansione ai nostri partner sia della linea pilota sia delle competenze legate ai Big Data, sia della collaborazione Cineca, il centro per il super calcolo. Noi siamo pronti, il PNRR dovrebbe fare leva sui Competence Center proprio nella logica di “Hub and spoke” e stiamo estendendo la rete formativa agli ITS», afferma Stefano Cattorini, direttore generale Bi-Rex, il Competence Center con sede a Bologna.

 

La sfida della formazione digitale

La formazione è un nodo cruciale su cui i Competence Center si stanno interrogando per trovare il metodo migliore e più efficace per un ritorno concreto nelle imprese in ottica di upskilling e reskilling e per creare il mindset digitale necessario per approcciare con successo il paradigma 4.0, oltre ai numerosi webinar gratuiti organizzati nei 20 mesi di pandemia su temi molto specifici che hanno avuto un buon riscontro.

«Le aziende ci chiedono cosa farsene della tecnologia dopo il rinnovo del parco macchine, come mettere ordine nei dati, nell’ IoT, come leggerli e ricavarne valore. La formazione dev’essere un nostro pilastro perché c’è un gap enorme, mancano le competenze sulle nuove tecnologie, dobbiamo renderla scalabile sui dipendenti e anche sui super tecnici che formano gli ITS (noi siamo già presenti in due). Dobbiamo riuscire a passare da poche decine a centinaia di migliaia di persone “formate” sul digitale», commenta Faggin di Smact.

Spesso, tuttavia, e i dati dell’Osservatorio Mecspe lo confermano, manca ancora consapevolezza in molte imprese, soprattutto piccole e medie, sulla necessità di introdurre nuove competenze e di aggiornare quelle presenti. «Noi facciamo leva sui nostri dimostratori di Industria 4.0 negli oltre 2.000 mq a Milano per fare formazione, ma mancano ancora all’appello troppe realtà produttive, serve ancora un’azione di sensibilizzazione all’urgenza di digitalizzare la fabbrica e di disegnare prodotti per il mercato secondo logiche nuove», ribadisce Taisch di Made.

Il Cim 4.0 di Torino ha realizzato un’Academy per responsabili, quadri e capi azienda che, giunta alla seconda edizione, non insegna direttamente la tecnologia, ma come reingegnerizzare i processi, come creare nuovi modelli di business e nuovi prodotti 4.0 grazie alle nuove tecnologie, in sostanza come creare valore tramite loro.

Sulla scelta del metodo formativo, Cristina Battaglia di Start 4.0 sostiene di aver avuto riscontri molto positivi e misurabili nelle iniziative co-progettate, quelle su misura per le aziende, sulla base di esigenze precise di competenze per raggiungere determinati risultati.
«Noi», conclude Paolo Dario, Direttore esecutivo ad interim di Artes 4.0, il Competence Center con sede a Pontedera (Pisa), «abbiamo la grande sfida di far riverberare sulle aziende, con gli opportuni strumenti di mediazione, la ricchezza di sapere delle Università che fanno parte del nostro centro, la Normale di Pisa e la Scuola Superiore Sant’Anna, per far accadere quel passaggio di maturità tecnologica indispensabile al futuro del nostro Paese. Abbiamo delle belle esperienze anche in comparti tradizionali che stanno comprendendo il valore aggiunto offerto dall’IoT, dal machine learning e dalla sensoristica applicata al prodotto stesso. Inoltre, noi che siamo molto diffusi sul territorio, con 13 nodi in 7 regioni, contiamo molto sul far emergere risorse dal Sud Italia, a partire dalle risorse del mare. Anche questo è un obiettivo del PNRR.»

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